72 ORE..

72 ORE..

..per abitare uno spazio neutro.

  • Home Page
  • Chi siamo
  • Barcellona
  • Praga-Palermo
  • Milano
  • Roma
  • Napoli
  • Siviglia
  • ArgoMentire

Viaggio numero 6.

29.05.’25 Ore 5.25: mi faccio un caffè. Questa mattina tutto con estrema calma. Ore 6.11: sono fuori casa di Francesca. Si parte, direzione Bari. Due ore in auto attraversando un meteo minaccioso dalle nuvole nere, un traffico che sembrava intralciare ogni nostro singolo respiro e poi via il lancio della auto al car-Wallet e il Gate8 con scritto Siviglia.  Siamo sedute accanto. Volevamo, non volevamo, e invece partono assieme al volo 3 ore di dialoghi serrati. Abbiamo come sempre aggiornato le ultime storie di vita quotidiana vissuta per una parte lontana l’una dall’altra. Il lavoro, gli altri, noi. Siamo quasi pronte a farci inondare da Siviglia. Siamo ancora in volo anzi, stiamo atterrando. Francesca dorme, mi sembra come quei bambini che esauriscono le energie e crollano. Sì va… Atterrate!!!  Agli arrivi ci aspetta una tassista che inizialmente non troviamo, Francesca aveva anche pianificato questa sorpresa: il taxi che ci lascia a due passi dal nostro appartamento. L’appartamento, lo spazio neutro di Siviglia, questa volta si supera. Una bomboniera perfetta che affaccia su Plaza Alameda De Hercules, una piazza enorme e assolata. La felicità, mista allo spaesamento è forte. Posizioniamo le nostre cose un po’ ovunque, ci alleggeriamo degli abiti pesanti, per scendere nel Quartiere Feria, dove la temperatura è di 39 gradi.

Francesca mi spiega che questo quartiere lo ha scelto perché è centrale ma non turistico, (la adoro per la cura che mette nello scegliere alcuni dettagli delle città, come le case o camere, che saranno il nostro rifugio per le 72 ore).

Ci direzioniamo verso Dùo Tapas, un ristorante che ci aiuta alla perfezione a calarci nel luogo. Tapas di tartare di tonno, gamberi all’aglio in pastella, e sangria fresca fresca. Subito dopo pranzo, ci dirigiamo verso il Centro Andaluz de Arte Contemporàneo, sotto un sole cocente che ci fa ricordare di botto il caldo estivo di Lecce e il fatto di essere altrove, ed è subito shock.

Imperterrite e agguerrite, vogliose di entrare nel vivo del viaggio che ci siamo scelte, difese e immaginate per mesi, visitiamo uno spazio molto bello, con opere contemporanee e stanze infinite, un tempo monastero. Ci lasciamo trasportare dall’ignoto, dal tempo rallentato e dopo un caffè procediamo nella nostra avanscoperta. Dopo una breve pausa nell’appartamento più carino di sempre, una doccia rigeneratrice e qualche oretta di sonno, necessaria per rafforzare l’idea della vacanza 🙃, scendiamo nel Quartiere che ci ospita. Ormai siamo due compagne di viaggio perfette, ci conosciamo bene e ci muoviamo senza intralciarci negli spazi esterni ed interni della città e della casa, ovviamente come “nelle migliori relazioni”, accostiamo costantemente nuovi pezzi di puzzle del nostro essere, provando ad incastrarli nel posto giusto per formare l’immagine prevista sulla scatola, ma il bello è che non sappiamo che immagine ci aspetta e se sarà mai completa.

Ci dirigiamo verso il mercato e da lì si snoda una distesa di locali poggiati nelle piazze che si manifestano in ogni angolo, ciascuno con il suo locale, i suoi tavolini con sotto il cestino dell’immondizia personale e la gente nel pieno del venerdì sera che gode dei momenti spensierati di aggregazione. Passeggiamo nelle stradine della città, ormai è sera inoltrata saranno le 22, quando scegliamo il locale per cenare, qui il buio non arriva mai.

Una ragazza sorridente ci chiede se siamo italiane e quando confermiamo la nostra provenienza, super contenta ci dice che sta imparando la nostra lingua perché il suo fidanzato è italiano, anzi pugliese, anzi di Foggia.

Cena carina, vino buono, un dialogo sul desiderio di vivere altrove, un cicchetto finale e tante risate. 

30.05.2025 Dopo un sonno rigeneratore e una colazione perfetta, ci ritroviamo al centro di Siviglia, sedute su un gradino al centro di una piazza nel mondo e la sensazione di essere lontane da casa arriva piano e si fa strada dentro di noi assieme alla felicità. Perché il distacco non è mai cosa semplice. Il corpo va, spinto dal tempo, dagli orari, dal non perdere il volo ma la testa arriva dopo, rimane per delle ore ancorata nell’altra vita, quella reale, quella dalla quale veniamo. Al mattino però, il corpo e la mente si sono ricomposti, sono di nuovo un tutt’uno, in equilibrio. E qui che inizia il viaggio, noi al centro di una piazza in un punto del mondo. Io e basta. Io e Francesca. Il caldo di Siviglia rallenta un po’ la frenesia che caratterizza generalmente i nostri viaggi e gli itinerari chilometrici. Siviglia in questi giorni è avvolta da un vento caldo che si lancia addosso con folate di 40 gradi ma tra una bottiglietta d’acqua e una sangria ghiacciata riusciamo a perderci nelle sue strade e stradine bellissime. Al centro del Casco Antico sorge la Cattedrale della città, maestosa e bellissima, sembra fatta di sabbia. Intorno ad essa le stradine con alberi di aranci e gli alti jacaranda con fiori lilla bellissimi contornano la bellezza dei suoi palazzi così diversi tra loro e così eleganti. Data l’esperienza del giorno prima cerchiamo un luogo dove pranzare nelle ore più calde così da evitare di scioglierci completamente, ci ritroviamo con due sangria giganti, un tagliere di formaggi superlativi, sardine su marmellata di pomodori e paella.

Come sempre il locale perfetto si presenta a noi. Tornando nel nostro appartamento gustiamo il caldo, i negozietti e il divagare. Sosta nelle ore più calde del pomeriggio e dopo docce fresche e condizionatore, una volta indossato l’outfit giusto, come Batman e Robin*, scendiamo per affrontare la notte. Tornando nel nostro appartamento gustiamo il caldo, i negozietti e il divagare. Ci incamminiamo verso La Carbonerìa, dotate di gambe muscolose e scarpe comode, ci piace assai calpestare chilometri con gli occhi che divagano nelle strade e le parole che si intrecciano in risate, confidenze e provocazioni. Giunte in un Quartiere non particolarmente caratteristico ma con scorci di palazzi decorati qua e là e stradine strette, ci ritroviamo in uno spazio dallo stile desolato, con un atrio, le sue panchine, i suoi tavolini e i bicchieri coi mozziconi poggiati per terra. Non ho capito bene come Francesca sia venuta a conoscenza di questo luogo, se il proprietario dell’appartamento glielo abbia suggerito o se attraverso una delle sue tante ricerche su Google Maps ci sia arrivata da sola. Forte della convinzione che la contraddistingue, mi ha portata qui a vedere ballare il Flamenco. (Anche a Barcellona ci avevamo pensato ma poi gli spettacoli che la città proponeva ci sembravano troppo impacchettati).

*I soprannomi Batman e Robin ci sono stati attribuiti da Gaia, (una neo diplomata danzatrice e aspirante poetessa) mentre ascoltava il mio racconto sul viaggio di Siviglia.

Una volta entrata all’interno di questo luogo, noto due banconi, uno piccolo sulla sinistra, con dietro un’anziana signora che prende le ordinazioni segnate su un pezzetto di carta che funge da menù e uno a destra dove si spillano birre e si spaccia sangria. Al centro del locale tavolacci e panche, un piano rialzato e sul soffitto i ventilatori. Sembra di essere capitate di colpo in un’altra epoca. Notiamo un piccolo quadrato di legno e capiamo che lì si sarebbe svolta l’esibizione. Francesca si mette in fila mentre io occupo un paio di posti e un tavolo, la vista non è delle migliori ma sono vicina al “palco”. Dopo un po’ una giovane donna introduce quello che sarà e si raccomanda di fare silenzio e di non fare né foto né video. (Ovviamente c’è gente che riprenderà quasi tutta la performance.) Inizia un canto lieve, forse troppo lieve per uno spazio rumoroso e ampio, la voce non buca il frastuono, la chitarra si. Dopo un paio di brani di sola voce e chitarra si alza una ragazza, che a mio avviso incarna perfettamente la donna spagnola, almeno per quel che riguarda il mio immaginario, una bella ragazza, sensuale, vestita da ballerina di flamenco. La sua danza inizia piano, il ritmo delle sue scarpette è armonia, comincia una danza sinuosa e catartica, non ho una visuale perfetta sui suoi piedi ma li sento benissimo. Lei si snoda in movimenti vorticosi, i suoi polsi, il movimento delle mani e della testa ci regalano emozioni bellissime e dopo uno scalpitio di tacchi folgorante o tenue, in base alle sue sensazioni o al suo trasporto verso una canzone struggente, conclude il pezzo aprendo le braccia verso il pubblico, coi palmi rivolti al cielo in una posa di gratitudine e pienezza che mai avevo visto compiere. La sensualità e l’energia femminile si è mostrata a noi nel suo splendore. Il ricordo del La Carboneria so che rimarrà per sempre dentro di me, dentro di noi, un segno d’arte in un luogo così fuori dagli schemi, così autentico e umile, da lasciare una fotografia impressa nell’anima. (Una foto l’ho rubata anch’io alla danzatrice, non ho resistito sapendo di postarla, so che non si fa ma la trasgressione è tentatrice.)

F. N.

Continua

Nei viaggi, le strade che percorriamo di notte, sono tremendamente vive, in ogni scrittura di questo diario dove parlo di esse, sento rappresentino la parte più femminile che mi lega al luogo e a Francesca, non so perché. Forse nella penombra che le avvolge, nelle ore notturne in viaggio, so che posso concedermi di restare sveglia, di parlare, cenare, camminare. In queste vie un po’ isolate dove si incontrano poche persone, gusto la sensazione della libertà, la pienezza del respiro, il peso del corpo e poso lo sguardo sulla relazione che intesso in viaggio. Siviglia si snoda in un’altra intensa giornata dove ripercorriamo un po’ di strade già visitate, visitiamo un mercato e la città delle mattonelle, un’entrata nella cattedrale di sabbia dove all’interno si trovano svariate navate e cappelle, due organi altissimi fino al soffitto, un altare con raffigurazioni di Cristo in oro che arrivano oltre ogni immaginazione e la tomba di Cristoforo Colombo, con 4 energumeni che sorreggono la bara posticcia dello stesso e una domanda che sorge spontanea: che ci fa lì la salma di Colombo? Il campanile di 40 piani non potevamo perdercelo e sparate da un phon a 39 gradi saliamo imperterrite la rampe in salita per ammirare le piscine dei palazzi di fronte più che i palazzi in sé, e dopo una “Scampanata” in testa da parte di una delle campane più grandi mai viste, ritorniamo in discesa giù verso le nostre stradine assolate, verso una bottiglia di acqua fresca, un gelato sotto casa, un’altra doccia e un’altra cena meravigliosa, una Piazza De Espana chiusa per via di un mega concerto, un autobus che cambia rotta e il cervello che peggio dell’autobus si perde nei pensieri più attorcigliati di sempre. Siviglia è il pieno! Il dopo è un vuoto che ancora dura, un fermo immagine che privo di parole superflue concede riposo alla psiche e al cuore. F. N.

Posso farcela. A lasciare che tutto vada da sé. La terra del cantiere nel mare, la scadenza di progettazioni, la consegna dell’atteso. No, non è per niente facile ignorare il cellulare, le chiamate, i messaggi.  Ed è subito sangria, punti dislocati su una mappa, voci spagnole, ceramiche e 39 gradi.  Lasciamo Scivolare Tutto.

Giorno 1 : arriviamo che è già l’ora di pranzo e non possiamo che affidarci ai consigli del nostro host. La scelta è ottima e ci riporta immediatamente nel dove siamo. Parte la mia consueta segnalazione di punti su mappa . Il caldo è torrido, invadente ma non tanto quanto il desiderio di iniziarci alla città con l’arte, al di la del fiume Guadalquivir. Attraversiamo con determinazione il Ponte de la Barqueta, uno dei principali accessi alla zona nord dell’isola della Cartuja, procedendo a passo svelto, sperando che il sole non ci sfiori. La prima delle nostre tappe è davvero destrutturante rispetto a quello che ci sorprenderà nelle giornate successive. Sembra di essere fuori contesto, con un acquapark (Isla Magica) proprio lì al di là del ponte. Siamo nell’Isla de la Cartuja, quartiere moderno nato in occasione dell’Expo di Siviglia nel 1992. Ci muoviamo tra padiglioni in parte privi di identità ormai, strade ampie, ampissime alla ricerca del monastero della Certosa di Santa María de las Cuevas, dove per trent’anni furono custodite le spoglie di Cristoforo Colombo, oggi Centro Andaluso di Arte Contemporanea. La bellezza del monastero  stesso sorprende nel contesto in cui si ritrova. Iniziamo ad immergerci nella città andalusa partendo dagli artisti che la animano. Riemergiamo dalla frescura delle sue pareti e ci facciamo riportare a casa da un bus, stracolmo di ragazzini appiccicosi e maleodoranti di ritorno dalla loro Isla magica.

La sera ci sorprende perché non arriva mai. Ci guardiamo attorno, in alto, tra gli alberi, ma la luce è ancora lì e noi che ormai siamo sedute con l’idea di cenare, di fatto l’ora dell’aperitivo non termina mai e nell’attesa che il buio cali per restituirci il senso della cena, ci ritroviamo a vagare per la prima volta tra le strade che circondano la nostra casa nel quartiere Alameda de Hercules .

Giorno 2 : No, Non abbiamo visto Plaza Del Toro. Non abbiamo visto Alcazar e ne tantomeno La Casa di Pilato. Non abbiamo visto Plaza di Spagna, ma siamo riuscite a camminare senza sapere dove fossimo, senza sapere dove finisse un quartiere e ne iniziasse un altro. Siamo riuscite a capitare al tramonto alla carboneria di Siviglia, storico deposito di carbone, oggi luogo non etichettabile dedito allo scambio culturale. La veracità del luogo merita una sosta, lì dove la barista di una certa età ti serve tortillas e il flamenco, popolare, è lì, fluttuante accanto a te. Questo luogo non necessita di prenotazioni o altri orpelli perché è un luogo che viaggia su altre corde, più intime. Gustiamo tutta questa naturalità, le panche e i tavoli in legno, la confusione e il silenzio mistico all’inizio della performance.  Flamenco, cerveza, applausi.

Giorno 3 : Le nostre mattine partono alla grande nel migliore dei modi, in un accogliente bar (Mehl Cafetería) dal fare familiare, un luogo che prepara con cura i propri piatti salutari dolci/salati. Oggi Triana ci aspetta. Ci muoviamo a piedi, attraversiamo il nostro quartiere, il Casco Antiguo, fino al ponte de Triana. Ci fermiamo lì, prima di attraversarlo, perché la bellezza delle jacarande sul fiume ci sorprende e il dialogo si fa fitto, ha bisogno di una pausa , per fare ordine nei pensieri. Attraversarlo è quasi liberatorio, pieno di luce ,aria, sorrisi e scendere subito dopo all’interno del mercato storico… bè, che dire, ci convince subito lo jamon e l’empanadas. Fuori dal mercato si respira subito l’approccio turistico di conversione di un arte storica insita nel quartiere, la produzione di meravigliose ceramiche, di cui è possibile subito leggerne la storia grazie ad un immersione nel Centro Ceramica Triana. Ma infilandosi nelle strade adiacenti il cambio di scena è evidente. Le abitazioni diventano popolari, il sole riscalda l’asfalto e i quartieri esprimono la loro anima di “fabbrica”. Riemergiamo nuovamente lungo il fiume e un’altra cerveza libera un altro blocco di pensieri, scatole aperte, chiuse… Ridiamo e lasciamo andare. La percezione che ho di questo viaggio è simile all’azione di un rallenty, una manciata di secondi all’interno di un movimento compulsivo che questo periodo della mia vita quotidianamente mi prospetta.. una sorta di respiro lungo in cui riprendere percezione del mio corpo per poi lasciarlo andare improvvisamente e ritornare nella scena. Un’astrazione.  Salire le lunghe scalinate della Giralda è un atto ripetitivo e poetico che mi riporta alle donne con il rosario in mano. Ogni scalino, per loro come per me, è un nodo che scioglie i pensieri e innalza l’anima.

F. C.


Blog su WordPress.com.

  • Home Page
  • Chi siamo
  • Barcellona
  • Praga-Palermo
  • Milano
  • Roma
  • Napoli
  • Siviglia
  • ArgoMentire
 

Caricamento commenti...
 

      • 72 ORE..
      • Registrati
      • Accedi
      • Copia shortlink
      • Segnala questo contenuto
      • Gestisci gli abbonamenti