
Viaggio numero 7

Delinea aeroporto?
Ovviamente non può essere uno dei nostri viaggi se non inizia con un colpo di scena.
Francesca, (ripetutamente pressata dalla sottoscritta), si appresta a fare il check-in.
Tocca a lei farlo, perché, il biglietto aereo per Venezia è stato il suo regalo di compleanno per me.
(Ore 18:00 circa del 22 ottobre, il giorno prima della partenza.)
Ricevo una foto su WhatsApp, nella quale si vedeva un pezzo di biglietto elettronico. Cerchiato in alto, per evidenziarlo,
Bari-Venezia e sottotitolato: “OPS!”
In un attimo le rispondo: “Io t’ammazzo!!!”.
Questo significava:
Uno: che il parcheggio dell’auto prenotato a Brindisi era inutile.
Due: che bisognava cercare immediatamente un nuovo parcheggio per l’auto a Bari.
Tre: che la programmazione ad incastro, dell’intera mattinata del giorno, era saltata in aria.
Quattro: che la probabilità di perdere il volo era pari quasi, all’aver sbagliato aeroporto e che l’ansia ci stava assalendo come sempre.
Unica cosa centrata, le 72 ore assieme, perché partendo da Brindisi sarebbero state qualcosa in
meno, invece così rientravamo alla grande nell’onestà del titolo del nostro caro blog.
Ma come ogni volta, riusciamo ad arrivare a destinazione e a vivere un nuovo spazio neutro.
Ed ecco a voi (la nostra) Venezia.
f.n.







Questa non è la casa che avevo immaginato, ma in fondo non importa.
Il tempo di cambiarci d'abito, similmente alla muta dei serpenti, ed eccoci sputate fuori di getto in questa città liquida,
una città che ha la parvenza di oro nero, in cui galleggiamo tinteggiandoci della sua misteriosa bellezza.
Apriamo gli occhi tra i compluvi e scendiamo tra le vene di questa città.
Venezia è materia inafferrabile.
È un paradosso di ferro, pietra, ali di gabbiano, acqua salmastra.
A Venezia la ruggine è un colore, il moto ondulatorio un respiro.
Qui lo sguardo non è mai diretto; è filtrato dalle fessure, catturato dai vetri, o restituito raddoppiato dalla laguna.
È uno sguardo riflesso che impone pause e genera stupore.
Disegno un angolo e ne scopro le direzioni nascoste.
Venezia non si misura con i nostri passi, come siamo ormai abituate a fare,
si misura in altro modo, perché l'acqua ha un tempo differente, più intimo che va accettato senza riserve.
La misura delle cose non è convenzionale e non segue alcun rigore logico.
A insegnarci questo "sovvertimento" dello sguardo, è la visione mistica di Tatiana Trouvé, che tra le sale di Palazzo Grassi ci accoglie in una dimensione sospesa, dove l'architettura si fa pensiero e il tempo si dilata.





In una delle nostre imperterrite passeggiate, in un vicolo proprio accanto all'ospedale, superato il piccolo Ponte Cavallo proprio li, su Rio dei mendicanti, c’è libreria Karass.
Entriamo incerte, come quando si varca una soglia verso un luogo sacro e dopo poco, ci accolgono le parole di Naida, dolcissima libraia che cura questo luogo insieme al suo compagno Edoardo, che non abbiamo purtroppo avuto il piacere di conoscere. In una nicchia preziosa fatta di libri ricercati, la sua passione nel racconto ferma il nostro girovagare, lo sospende e ascoltiamo la voce delicata di questa donna che di ogni libro ne ha la cura.
Sentiamo lo sguardo su Venezia plasmarsi attraverso quegli stralci di parole scritte.
Ne usciamo soddisfatte ognuna con le proprie storie sottobraccio e non può mancarci adesso lasciarci andare saltando da un bacaro all'altro, tra cicchetti senza fine e discorsi che iniziano senza il bisogno di una conclusione.
Tutto secondo regolare follia e desiderio di esserci. È la bellezza dell'effimero.
Ti abbiamo goduto sotto una luce profonda, con ombre e contrasti che ci hanno riempito il cuore.
Ti ho osservata di nascosto infilandomi in pezzi di vita, ho guardato incredula come gli operai, nei cantieri, si prendono cura di te, e il silenzio solenne con cui traghetti ogni cosa: dai defunti ai beni materiali, tutto scivola sull'acqua senza aprire bocca, giungendo a destinazione con una dignità che appartiene solo a te.
f.c.































Delinea Francesca?
Profumo di cipria.
Occhi liquidi, traiettorie danzanti che si mescolano in dialoghi aggrovigliati. Provocazione basculante e risate sonore.
Venezia è donna. Maliziosa e complice.
Ci somiglia o forse semplicemente ci riflette nell’acqua sua.
Come narcisi agrodolci.
Nelle strade acquatiche osserviamo quello che siamo qui ed ora. Senza finzione, nella città più teatrale del mondo.
Un bacio scivola lasciando traccia di rossetto sulle guance.
Attacchi di timidezza superati per amore.
Un bacio scivola ma non lascia traccia.

Delinea Venezia?
Il frastuono del venerdì sera che si riflette nell’apnea ondulatoria di un rivolo d’acqua.
Venezia è un fermo immagine poetico continuo.
È scenografica.
Si mostra spudorata,
raramente timida.
Ama farsi guardare.
Venezia è attraversata da gruppi di gente turistica come fosse un parco ad effetti speciali.
Città ritratta in scatti continui 24 ore su 24.
I gabbiani la fanno da padroni,
si accomodano sulle teste delle statue, sulle opere d’arte, la loro ombra si scaglia sulle facciate dei
palazzi coi merletti.
Stridono, urlano e fanno da sveglia come i galli nelle città consuete.
Venezia è decisamente inconsueta.
Dietro ogni vicolo si mostra sempre diversa.
Un ponte, un altro appena in diagonale e un altro ancora dietro.
Si sale e si scende, e l’acqua
sbatte sui muri delle case, sui battiscopa di muschio e scivola via.
È Sospensione.
Visione ingannevole della realtà.
Venezia non esiste.
Venezia di notte è un labirinto spettrale.
Chi l’ha disegnata Venezia?
Chi l’ha inventata?
Groviglio di vie dove si affida all’acqua il transito delle cose, delle persone, dei materiali, delle bare, dei pensieri.
Palafitte nascoste disegnano sotterranei sconosciuti e invisibili agli occhi.
Venezia mi ha disarmata continuamente, anche nei sogni: oscuri, ancestrali, violenti.
Un fuori asse e poi un altro ancora.
È Vertiginosa.
Siamo in un disegno senza tempo.
Sospese su un ponte di ferro, tra echi di voci in lontananza che si mescolano al suono delle nostre risate vicine.
f.n.















Biennale d’architettura Venezia.
Sono seduta in un punto visionario, tra colonne e archi che potrebbero narrare infinite storie.
Davanti a me l’acqua, il suo moto perpetuo e il suono scrosciante e inconfondibile.
In lontananza sento della musica che arriva dal Teatro delle Tese.
Davanti a me, oltre all’acqua, sfilano persone.
Persone che parlano, si raccontano, amici, amiche che intrecciano la vita al mondo.
Qualcuna passa canticchiando.
Il viaggio.
Il viaggio ti estrapola dal contesto, impone un “azzittimento” del quotidiano, che ha difficoltà a spegnersi per la sua velocità tiranna.
Il viaggio è un rallentamento non semplice ma forse necessario e sicuramente attraente.
Dopo 24h dal distacco dalla terra che abito, inizio a goderne e subito arriva la malinconia, quella di doverlo lasciare già questo spazio neutro che mi piace tanto, perché mi fa perdere nel mondo.
Lei non c’è in questo momento, la mia compagna d’avventura. E’ qui vicino, vive una sua storia che le è affine.
Lei diventa il fulcro del viaggio, quando riesco a liberarmi della sovrastruttura e finalmente sento la nostra sintonia, questa è la voglia di rilanciarsi in nuove relazioni, scommesse e sfide.
La mia compagna d’avventura “venuta da Marte” (cit.), ha fatto sì che io potessi godere di questo tempo solo mio.
Lei non lo sa che è responsabile, come non lo so io. Ma una decisione, un’azione, la si fa quando si percepisce la voglia, il desiderio di continuare a scoprirsi.
Darsi possibilità.
f.n.


















Incontri a Venezia
Venezia è la città di Katja, adesso è di nuovo la sua città, perché per 10 anni ha vissuto in Giappone, a Tokjo.
(C'è faci a Tokjo, nu te scoglioni?!?.. questa è la citazione di un caro amico che associo a Katja da sempre).
Katja però è di origine pugliese, leccese, per la precisione di Monteroni di Lecce.
Io la conosco da sempre. Ci lega l'amicizia o meglio la devozione ad Anna Maria De Filippi, nostra maestra e coreografa, tutt'ora mia sorella non di sangue e anche di Katja.
Uno degli incontri più belli condivisi con Katja è avvenuto quando, a Torcito Parco Danza (2007), (Residenza artistica ideata da Andrea Pati e la stessa Anna Maria), lei accompagna Ko Murobushi, ospite internazionale della manifestazione ed eccellenza mondiale della danza Buto.
La performance, dal titolo Quick Silver, è qualcosa di surreale, il maestro minuto e leggero alla luce del giorno, nella sala di danza e nel suo camminare nella residenza, di notte si trasforma in una pantera color argento.
Lotta con l'acustica del luogo antico, mette alla prova il suo corpo con la durezza della roccia che fa da palco alla performance, interagisce con un cagnolino che gironzolava da quelle parti e una volta avvicinatosi a lui, durante l'atto performativo, toccandolo lo ricarica di elettricità, così che l'animale schizza via.
Atto magico.
Atto poetico.
A Venezia incontriamo Katja e ricordiamo.
Condividendo il racconto dei giorni in residenza con Francesca, i dialoghi avvenuti in camera e le risate, quante risate.
Ricostruiamo come un puzzle, gli umori del maestro Murobushi post performance e lo ricordiamo ancora e ancora. Lui ci ha lasciati nel 2015.
Ma come ogni fuori classe, non ci ha mai lasciati veramente, perché nei miei occhi, nei miei battiti, nello stupore, vedendo quell'uomo venuto dalla luna emanare da un corpo così piccolo tutta quella potenza, è cosa che resterà per sempre nelle mie cellule e in quelle di ogni singolo spettatore.
Grazie Katja.
Katja Centonze docente in Lingua e letteratura del Giappone, lingua e letteratura della Corea, presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.
Le immagini provengono dal sito ufficiale di Ko Murobuschi, di seguito il link: https://ko-murobushi.com/
Nel seguente link, si può ammirare la performance avvenuta sulle rocce adiacenti alla Masseria di Torcito. (agosto 2007)
https://ko-murobushi.com/jpn/videos/p13776/




Libreria Karass



























